"PESCARATUTELA/SELFIE" PRESENTA IL LIBRO "DIETRO LA CHIESA" DI LICIO DI BIASE, PUBBLICATO NEL 2003. MERCOLEDI' 28 OTTOBRE, ORE 18, SALA PARROCCHIALE DELLA MADONNA DEI SETTE DOLORI. CONSIDERAZIONI DI VALENTINO CENERI.

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“La lingua salvata” di Elias Canetti, questa mi è sembrata la prospettiva storica letteraria data dal relatore prof. Viro Moretti alla ri-presentazione del libro di Licio Di Biase, dedicato alla sua Castellammare nel preciso periodo di due anni appena: 1837- (CONTINUA)

La seconda notazione che mi è venuta in mente è stata la vittoria di Mnemosine su Nemesi. Ma di questa parleremo in seguito. Entrato con 10 minuti di ritardo, la presentazione di Dietro la Chiesa è appena iniziata con la lettura delle vicende di Castellammare attorno al XII secolo, quando si parla di un intervento del Re normano Ruggero di Altavilla per la risistemazione del porto canale di Pescara -drenato in soli tre mesi contro i tre anni attuali! - con attrezzature da far invidia alla nostra epoca boriosa. L’intervento introduttivo di Licio Di Biase serve a chiarire il suo atteggiamento di dubbio circa la sua opera. Incertezza superata allora (2004) grazie all’intervento del prof. Moretti che ne incoraggiò la pubblicazione. Il libro è un piccolo spicchio di storia locale che si dipana attorno alla Chiesa parrocchiale di Castellammare. Dietro la quale si sviluppano gli incontri e le celebrazioni che intessono l’ordito religioso, culturale, politico, folclorico di quella comunità umana.
Licio di Biase ha avuta la pazienza e la costanza di andare alla ricerca della documentazione su personaggi veri e autentici, di cui si ha la contezza documentale. Nomi e cognomi, ruolo sociale, status, atteggiamenti relazionali, contesto storico allargato, che volete di più? Sembra dire Vito Moretti: questa è la storia che diventa letteratura. Non una letteratura noiosa e aulica, ma una scrittura piena di vivacità, di scorrevolezza, di ironia del partecipante all’azione, della quale subisce il fascino, ma dalla quale deve pur mantenere le distanze.
E’ la sublime lezione del dialogo finale. Un dialetto – la lingua parlata destinata a scomparire da una generazione all’altra – che si fa portatrice di un messaggio per la storia futura. La lingua, le lingue. Secondo Moretti Gesù ne conosceva quattro – per me cinque e più– di lingue: il suo dialetto, l’aramaico, l’ebraico della Torah, il latino, il greco (Cafarnao, Sefforis erano città della coinè dialectos). La lezione di Vito Moretti si fa appassionata, perché il libro di Licio Di Biase merita più visibilità sia per il suo contenuto letterario sia per quello storico. Nulla da invidiare a Gabriele D’Annunzio, il vate, che il dialetto manco lo conosceva. Qui, invece, la storia diventa letteratura, ancor di più che non nel verismo di Verga e di Capuano. Da buon letterato e critico, Moretti pone la distinzione tra il verismo italiano e il realismo d’oltralpe, per esempio Zola. Questa notazione gli permette di insistere sulla partecipazione al dolore della classi più deboli, inghiottite dalla fatalità del destino nel racconto dei nostri autori, contro l’analisi asettica e distaccata degli autori francesi. Licio Di Biase, però, sembra resistere alla forte spinta di doversi dedicare di più alla letteratura, propendendo verso le ricerche storiche. Dopo aver quasi completato le ricerche su Pescara potrà e dovrà continuare sul versante del romanzo storico. Tenuto conto che – secondo Moretti – è raro incontrare chi è in grado di scrivere la Storia (con la S maiuscola) in forma di romanzo, senza nulla togliere al rigore dello storico, ma esprimendo il logos e i colori che caratterizzano le vicende umane dalla creazione fino ai nostri tempi.
La notazione sulla percezione dei colori e delle modulazioni vocali del dialetto – le prime lallazioni del popolo bambino - ci ha dato la chiave di comprensione degli altri brani, pieni di lirismo – colori, odori, contrasti, disagio per le disuguaglianze sociali scalari ribadite e difese anche dalla piccola casta del clero locale – di cui è intriso il romanzo di Licio Di Biase.
Il discorso su Mnemosine – la memoria storica che diventa maestra di vita contro Nemesi che educa solo con la punizione crudele degli errori - andrebbe privilegiata con narrazioni di questo genere, che hanno il vantaggio di aprire scenari futuri, sulla base dell’analisi degli avvenimenti passati. Nel racconto del gioco della ruzzola la pezza di formaggio di ciascuno dei cinque contendenti, rimasta integra durante tutto il tempo della gara del ruzzolare per Via di Sotto verso la Madonna, è la metafora del piacere e del gusto di vivere che si esalta dopo gli scossoni e le asperità del percorso di vita. Così la cultura ufficiale delle classi dominanti deve cedere il passo a quella dei rappresentanti delle classi subalterne – per stare all’analisi antropologica di un De Martino - intenti a dimostrare che la “salvazione” è collegata al ripetersi dei riti semplici e che Dio può rendersi presente anche nei gesti di contadini ignoranti, anche se non ratificati dalla chiesa.

Valentino Ceneri