LA NOTA DI MASSIMO PALLADINI IN RISPOSTA ALL'ANNULLAMENTO DEL PROVVEDIMENTO DI TUTELA DEL PATRIMONIO STORICO-ARCHITETTONICO DELLA CITTA'.

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Voglio ragionare sui recenti pronunciamenti della Giustizia Amministrativa che negano a Pescara il diritto di adottare  una  normativa sulle trasformazioni ammissibili per  il  proprio patrimonio edilizio storico- artistico. (CONTINUA)

I fatti sono questi: Il PRG di Pescara, da anni , aveva individuato un certo numero di immobili ed aree  di pregio storico, ma in modo incompleto; tanto che sono stati demoliti alcuni edifici non censiti, il più rilevante dei quali era l’ex Centrale del latte:opera notevole, attribuita all’ arch. Florestano Di Fausto, brillantemente attivo durante il Ventennio. Dopo quell’episodio( e le proteste che ne seguirono), l’Amministrazione Comunale aggiornò le carte , con l’ausilio di Università e Sovrintendenza, basandosi su un’analisi complessa ed articolata. Il lavoro divenne una Variante al PRG, con ampio consenso consiliare. Ma i ricorsi privati sostennero ,in modo convincente per il T.A.R., che non di normativa urbanistica si trattava ma di vincoli per cui è competente lo Stato ; quindi, tutti giù per terra e si ricomincia. Ora Pescara non ha più strumenti per difendere la sua storia ; diventerà ancor più “senza rughe”,come annotava Giorgio Manganelli:è a disposizione per l'ultimo lifting. Perchè il paradosso è che da oggi quelle sono le case più vulnerabili: individuate come “ vincolabili” sono le prime candidate all’applicazione delle nuove leggi” sviluppa “o “sblocca” , basate sulla previsione di premi di cubatura  per le demolizioni e ricostruzioni. Siamo di fronte ad una somma di  comportamenti singolari e contraddittori:  lo Stato promulga leggi potenzialmente distruttive degli equilibri urbanistici delle città  limitando il potere di pianificare degli Enti Locali  che potrebbero invece  calibrare i provvedimenti sulle caratteristiche, conosciute, del proprio territorio;ma non esercita le proprie competenze che lo vogliono custode del Patrimonio storico-artistico nazionale; il Comune , rispondendo ad un vero movimento di opinione a favore della salvaguardia, imbastisce un lavoro coinvolgendo proprio organi dello Stato( come Università e Sovrintendenza) ma, evidentemente, lo confeziona con caratteristiche vulnerabili sotto il profilo della legittimità.  IL T.A.R., dal canto suo non coglie la valenza urbanistica del provvedimento, di norma ordinaria per tipologie diffuse nella città costruita;lo riguarda solo sotto il profilo formale delle competenze ; secondo la visione per cui si salvaguardano i pochi” monumenti”, mentre la restante edilizia si regola  con la contabilità degli indici e delle convenienze.  Infine gli imprenditori, silenziosi o( alcuni) ricorrenti:una norma che esisteva da anni, non contestata e, tutto sommato, accettata da tutti diventa oggetto di contenzioso quando si cerca di darle fondamento scientifico( e, per ciò stesso, oggettivo). La città, ancora una volta, viene riguardata come somma di occasioni particolari di lucro e non come valore complessivo; del resto il trattamento che gli enti pubblici riservano alle loro proprietà storiche mostra lo stesso disinteresse, declinato come incuria e manomissione. Salvo riconoscere nei convegni( ai quali i nostri uomini politici non mancano mai) la importanza del nostro patrimonio per la storia del Novecento, nella sua componente liberty, o per l’architettura del Ventennio e per gli edifici della ricostruzione. Ma il valore di una città, non risiede nel suo tono generale, nelle mura e negli spazi che ne definiscono il carattere? Anche il valore immobiliare ne è determinato; dilapidare  la qualità delle nostre strade e piazze non è un buon affare, nemmeno dal punto di vista della rendita.Il valore degli immobili è dato anche dal valore del contesto che, nel lungo periodo ,non può che essere affidato alla sedimentazione di qualità architettoniche ed urbane.  Tel Aviv ha chiesto ed ottenuto nel 2003 di essere riconosciuta dall’UNESCO come la “città bianca”, per le sue architetture razionaliste degli anni quaranta ; e, passeggiando fuori Porta Saragozza, a Bologna , si può leggere , sul recinto di un modesto villino, la targa che ne indica progettista e data, come traccia pregiata  del nostro Novecento. Pescara, città dalla grande storia e dalle poche tracce, ha invece per il Novecento un patrimonio ragguardevole, di valore nazionale, sul quale attivare anche correnti di turismo specialistico di cui già si intravede la domanda. Ma se un ceto politico-amministrativo ed una classe imprenditoriale che, pure, ha conosciuto storie di grande lungimiranza non se ne accorgono, ci avviamo a liquidare con gli ultimi scampoli del nostro passato,  l'orditura di una possibile qualità diffusa, di una leggibile identità collettiva che è parte importante del proprio essere città.

Massimo Palladini, Architetto  - Coordinatore per l'area Pescara-Chieti sezione  interregionale Abruzzo-Molise dell'Istituto Nazionale Urbanistica (INU).