LE NOTE DI DIEGO DE CAROLIS, LICIO DI BIASE, CLAUDIO VARAGNOLI E MASSIMO PALLADINI IN RISPOSTA AL GRAVE COLPO INFERTO AL PATRIMONIO STORICO-ARCHITETTONICO DI PESCARA CON L' ANNULLAMENTO DA PARTE DEL TAR DELLA DELIBERA DEL CONSIGLIO COMUNALE (CONTINUA).

on .

 La Filanda Giammaria, elemento socio-economico, storico-culturale ed antropologico di Castellamare, verrà buttata giù, dopo il provvedimento del Tar.

LA NOTA DI DIEGO DE CAROLIS

di Diego De Carolis  (Docente inc. di Diritto Urbanistico - Facoltà di Giurisprudenza - Università degli studi di Teramo)

Caro Licio, Flaiano,  da studente mancato di architettura a Roma,  racconta a più riprese il rapporto che i Comuni hanno con la pianificazione dell’uso del loro territorio. Memorabile la lettera al Sindaco di Roma  ala fine degli anni cinquanta sulla previsione della sesta ma non ultima riapertura della strada di quartiere per posizionare i cavi del telefono.Poi, in generale FLAIANO,  si lamentava con un amico ricordando quando facevano sorridere quei nobili articoli sull’assistenza sanitaria (dovuta dallo Stato ai suoi amministrati), o sulla difesa del paesaggio, pure affidata allo stato.: “Bene, oggi il paesaggio è talmente difeso che non si vede nemmeno. E’ nascosto dietro i nuovi e più solidi cartelli della Popolarità; o, nei punti di maggiore interesse storico e artistico, ravvivato da qualche raffineria o cementificio, come a Napoli, a Pesto, a Gaeta, nella Certosa di Pavia e nella Cappella Sistina. Più in particolare,   così si doleva:  “ I dolori della domenica : tornare in un paesetto che non vediamo da due anni e trovare che l’amministrazione ha fatto degli abbellimenti. La vecchia e nobile passeggiata è ornata di tubi al neon, c’è un’edicola per la fermata della corriera, un enorme orinatoio circolare a quattro posti: il tutto, in quello stile ardito e confuso che è lo stile “moderno” tradotto dal geometra locale. Nel vecchio palazzotto principesco c’è un garage e la facciata è piena di cartelli pubblicitari. Ah, potere buttar tutto giù, vero sig. Sindaco? E ricostruire daccapo sui nuovi modelli. Una volta i modelli erano la chiesa e il palazzo, oggi sono il bar ed il distributore di benzina. Appena fuori del paese, le case-Fanfani, già sporche. Le Corbusier non ha detto forse che l’architettura moderna non invecchia, ma si sporca ?”.In un contesto diverso  oggi la giustizia ammnistrativa  viene più volte invocata per tutelare certi beni  a quelli assimilabili  ma, nelle cor retta dialettica degli interessi tutela dall’ordinamento,  in senso uguale e contrario si pongono gli interessi pubblici e privati,  nel rispetto delle regole che le stesse amministrazioni si danno. Ed è questo lo snodo del problema:  come contemperare gi interessi in gioco secondo il regolamento della modalità dei diritti e dei poteri pubblici? Solo se le scelte urbanistiche vengano motivate e ponderate e affrancate da vizi, formali e sostanziali, che sono facile preda di ricorsi  chiari e sintetici, come vuole il Codice del processo amministrativo,  redatti in italiano, lingua utile per le carte bollate e le memorie degli avvocati, affermava sempre Flaiano.  Facile a dirsi, meno a farsi, ma se si evitano le frette e le scorciatoie mirabilmente raccolte dall’A. in Tempo di Uccidere,  ci si può muovere bene anche in mezzo alle eventuali  pastoie burocratiche. Una strada corretta è tracciata dalle sentenze, che vanno rispettate ed osservate, ma tra queste c’è una complanare, redatta da un autore di legal thriller ( Francesco Caringella) che può essere utile allo scopo. Riguarda il caso del Comune di Rimini. Questi gli estremi e le massime della sentenza del  Consiglio  di Stato, Sez. V, 24 aprile 2013 n. 2265 : 1. L'art. 7, n. 5, della legge 17 agosto 1942 n. 1150, sostituito dalla legge 19 novembre 1968 n. 1187 (il quale include tra i contenuti essenziali del piano regolatore generale, "i vincoli da osservare nelle zone a carattere storico, ambientale, paesistico") legittima l'autorità titolare del potere di pianificazione urbanistica a valutare autonomamente tali interessi e, nel rispetto dei vincoli già esistenti posti dalle amministrazioni competenti, ad imporre nuove e ulteriori limitazioni. Ne consegue che la sussistenza di competenze statali e regionali in materia di bellezze naturali non esclude che la tutela di questi stessi beni sia perseguita in sede di adozione e approvazione di un piano regolatore generale.

2. Il piano regolatore generale, nell'indicare i limiti da osservare per l'edificazione nelle zone a carattere storico, ambientale e paesistico, può disporre che determinate aree siano sottoposte a vincoli conservativi, indipendentemente da quelli disposti dalle commissioni competenti nel perseguimento della salvaguardia delle cose di interesse storico, artistico o ambientale . Invero, la distinzione tra le forme di tutela previste dalla legislazione di settore e le scelte pianificatorie volte alla valorizzazione di complessi edilizi di interesse culturale, storico ed ambientale non risiede nel dato quantitativo relativo all’ambito, puntuale o meno, degli oggetti interessati dalle determinazioni limitative quanto nel dato teleologico relativo alla diversa finalità che permea le rispettive statuizioni amministrative.”. In estrema sintesi, prosegue la sentenza, “ Si deve al contrario ritenere, alla luce del tenore del dato positivo e della ratio che lo informa, che il piano regolatore generale possa recare previsioni vincolistiche incidenti su singoli edifici, configurati in sé quali "zone", quante volte la scelta, pur se puntuale sotto il profilo della portata, sia rivolta non alla tutela autonoma dell’immobile ex se considerato ma al soddisfacimento di esigenze urbanistiche evidenziate dal carattere qualificante che il singolo immobile assume nel contesto dell’assetto territoriale. In tale caso, infatti, non si realizza alcuna duplicazione rispetto alla sfera di azione della legislazione statale di settore in quanto il pregio del bene, pur se non sufficiente al fine di giustificare l’adozione di un provvedimento impositivo di vincolo culturale o paesaggistico in base alla considerazione atomistica delle caratteristiche del bene, viene valutato come elemento particolare valore urbanistico e può quindi, costituire oggetto di salvaguardia in sede di scelta pianificatoria. E tanto in coerenza con una nozione ampia della materia urbanistica, che valorizza la funzione di governo del territorio attraverso la disciplina, nella loro globalità, di tutti i possibili insediamenti e delle altre utilizzazioni del territorio.”. Tale impostazione  sembra ragionevole e condivisibile e consente di conservare qualche edificio di quella Pescara di 5000 abitanti mirabilmente descritta da Flaiano, poco prima della sua scomparsa, in una intervista  con la moviola davanti con la quel descriveva la Casa di D’Annunzio, Piazza Garibaldi e il quartiere  di Portanuova, dove tornava d’estate. Qui non si vuole certamente  assumere il ruolo  di risolutorie, ma ci permette solo  di evidenziare come  buon senso possa prevalere e che in sede di riedizione del potere pianificatorio, come pure suggerito dai giudici amministrativi, si tenga conto  anche degli insegnamenti che possano contemperare le opposte esigenze senza arrivare a punti di rottura che  forse non giova a nessuno dei soggetti, pubblici e privati, coinvolti. 

--------------------------------------------------------------------------------------------

LA NOTA DI LICIO DI BIASE

“Tale è la verità, che io sono fiero e lieto di enunciare oggi al cospetto d’un popolo, pur contro la derisione dei beoti: - La fortuna d’Italia è inseparabile dalle sorti della Bellezza, cui ella è madre”.  (Gabriele D’Annunzio – “Il discorso della siepe”  - Pescara, 22 agosto 1897 )

 LE LACRIME DA COCCODRILLO DI UNA CITTA’ METICCIA di  LICIO DI BIASE

La città che piange per l’abbattimento della stazione di Porta Nuova, della Centrale del Latte e ora della Filanda Giammaria, dov’è? Dove sono coloro che si indignano davanti ad un cumulo di macerie, ma oggi non proferiscono parole? Ma dove sono quegli architetti e quegli ingegneri, molte volte culturalmente responsabili delle scelte degli utenti di questa landa ormai deserta di storia e di memorie? Ma possibile che in questa città nessuno si indigna?  E i consiglieri comunali, cosa fanno? La storia. Alcuni costruttori e l’ANCE hanno fatto ricorso al TAR contro un importante  assunto dal Consiglio Comunale di Pescara il 14 marzo del 2014 e il Tar, avendo individuato delle anomalie procedurali, ha annullato il provvedimento. Il Tar ha fatto il proprio burocratico dovere. Stiamo parlando della delibera che individuava il Patrimonio Storico-Architettonico della nostra Città. Ma stiamo parlando di una rivisitazione di un censimento già fatto all’inizio degli anni ’90 e ricordato come il provvedimento Bartolini-Salimbeni. A questa rivisitazione hanno lavorato, tra gli altri, il Prof. Claudio Varagnoli del Dipartimento di Architettura dell’Università “G. d’Annunzio” e la Dott.ssa Patrizia Tomassetti, funzionario della Soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici dell’Abruzzo. Il grave attacco portato avanti dai costruttori e dall’Ance è che 20 anni fa il lavoro di Salimbeni non ebbe, come è normale che fosse in una realtà civile, anomali conseguenze, ma tutti accolsero quello strumento come un utile lavoro per evitare che Pescara subisse ancora abbattimenti di edifici storicamente importanti o di pregio architettonico. Gli abbattimenti negli ultimi anni sono ripresi e il susseguirsi di queste “distruzioni ed eliminazioni delle tracce della città”, hanno indotto il Consiglio Comunale in modo trasversale ad adottare quel provvedimento per evitare il ripetersi di VICENDE come è accaduto con la stazione di Porta Nuova (del 1882), con la Centrale del Latte (dell’inizio degli anni 20) e ora con la Filanda Giammaria (dell’inizio del ‘900). Si  badi bene. Non parliamo di edifici solo “vecchi”, come dicono in molti in questa città, ma importanti sotto l’aspetto storico, socio-economico ed antropologico. Questo è un GRAVE ATTACCO ALLA TUTELA DEL PATRIMONIO CULTURALE della città e del PATRIMONIO STORICO-ARCHITETTONICO  e ne RAPPRESENTA il colpo mortale,  definitivo. Più volte nel passato ho sottolineato come Pescara, così come ne parlò anche il giornalista Giorgio Manganelli nella pubblicazione “la favola pitagorica”, fosse una città senza rughe, intendendo per rughe i segni della memoria, eliminati dall’incuria dell’uomo oppure a causa di eventi fortuiti, come i bombardamenti della 2^ guerra mondiale. Questo provvedimento ci lascia l’amaro in bocca e non lo si può accettare passivamente!!!  Ecco, per l’ennesima volta la città ha perso un’occasione per tutelare il proprio patrimonio storico-culturale e architettonico. Ora ci vuole una mobilitazione della comunità locale, per sollecitare le coscienze. La cosa è difficile perché Pescara è una Città culturalmente “meticcia”, brava a piangere ma scarsamente capace di incidere!!! Temiamo, ora, che in città si scateneranno gli abbattimenti senza controlli di tutto ciò che c’è da buttare giù e che gli AMMINISTRATORI COMUNALI volevano proteggere. E ciò accade mentre in questi giorni l’Amministrazione comunale ha presentato “IL CENSIMENTO DEL PATRIMONIO CULTURALE DI PESCARA”. Riemerge forte la città meticcia senza consapevolezza del proprio passato. Invito la  ALLA MOBILITAZIONE LA CITTA’, tutte le forze politiche, le coscienze libere, le associazioni ambientaliste e culturali  per VIGILARE ed evitare che ci possano essere fughe in avanti e abbattimenti incontrollati. Invito a presiedere e a vigilare tutti gli edifici che da domani possono subire abbattimenti, modifiche, contaminazioni e altri interventi frutto della cultura “meticcia” di parte di questa città!  Cito in questa circostanza ciò che scriveva  il sindaco di Pescara, Mario Muzii il 13 novembre 1948 a Luigi Polacchi, in occasione del centenario degli avvenimenti risorgimentali del 1848: “Questa celebrazione è per Pescara particolarmente significativa perché, nell’atto di rivendicare la sua ricca partecipazione al Risorgimento Italiano con avvenimenti ed uomini che spesso assursero a interessi nazionali, spera si determini finalmente la cessazione di una gratuita qualifica di città senza tradizioni e senza storia attribuitale dal pregiudizio di persone e di ceti scarsamente informati in materia”. Ecco, uno scatto d’orgoglio. Innanzitutto dei nuovi AMMINISTRATORI COMUNALI, poi, delle rappresentanze degli Ingegneri e degli Architetti e di tutti coloro che, mentre la città va avanti sulla strada della modernità, hanno la consapevolezza che bisogna lasciare tracce delle stratificazioni storiche, etno-antropologiche, edilizie e socio-culturali di una città che ormai subisce continui lifting. Per concludere ricordo le parole di Giorgio Manganelli in “Pescara non ha rughe”  (la favola pitagorica): “Pescara è nuova, Pescara è geometrica. Pescara è rigorosamente estroversa, Pescara è danarosa, Pescara non guarda le montagne, Pescara non ha storia. Sembra aver cancellato i secoli che l’hanno preceduta; ha dimenticato i romani, i peligni, ha snobbato i bizantini, ha chiuso la porta in faccia ai longobardi, si è defilata nei secoli dei normanni, degli aragonesi, ha fatto gran baruffa con i turchi, ma i turchi sono tornati in Turchia e Pescara è sempre qui. Non ha storia? Forse esagero. Nella città vecchia, che si chiama Portanova, la via Manthoné è la via di D’Annunzio. Chi è Manthoné? Qualcuno oscuramente ricorda, scolastica memoria, che fu costui a tener testa ai Borboni, in una guerra eroica e dimenticata. In via Manthoné è nato D’Annunzio. La sua casa esiste. Esiste tutta via Manthoné, una già nobile, ora delicatamente decrepita via, a memoria dell’antica Pescara. Non tanto antica, mezzo Ottocento. Nella Pescara di oggi, rutilante di aggressività moderna, via Manthoné è una bacheca, uno scrigno scheggiato, uno stipo che custodisce l’aroma quasi affatto smarrito di una città che certo conobbe pigre e borghesi dolcezze. Una città lenta, amante delle passeggiate e dei cibi pingui d’Abruzzo. Nell’atrio della casa museo del Vate una grande fotografia virtuosamente color seppia mostra un Arco, deve essere l’Arco di Portanova, che D’Annunzio cita nella prima delle Novelle della Pescara. Ma la porta non esiste più. La guerra? I piani regolatori? Non lo so. So che Pescara non ama coltivare pie memorie; ha fretta; pensa al domani; non è una città nostalgica. Quando ho chiesto all’albergo la piantina della città, mi han dato un biglietto rettangolare, e sopra era disegnata una rete di strade ad angolo retto”. Ecco, penso che non si debba aggiungere altro. Ma poi, non piangiamo!!!

 ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

LA NOTA DI MASSIMO PALLADINI

Voglio ragionare sui recenti pronunciamenti della Giustizia Amministrativa che negano a Pescara il diritto di adottare  una  normativa sulle trasformazioni ammissibili per  il  proprio patrimonio edilizio storico- artistico.  I fatti sono questi: Il PRG di Pescara, da anni , aveva individuato un certo numero di immobili ed aree  di pregio storico, ma in modo incompleto; tanto che sono stati demoliti alcuni edifici non censiti, il più rilevante dei quali era l’ex Centrale del latte:opera notevole, attribuita all’ arch. Florestano Di Fausto, brillantemente attivo durante il Ventennio. Dopo quell’episodio( e le proteste che ne seguirono), l’Amministrazione Comunale aggiornò le carte , con l’ausilio di Università e Sovrintendenza, basandosi su un’analisi complessa ed articolata. Il lavoro divenne una Variante al PRG, con ampio consenso consiliare. Ma i ricorsi privati sostennero ,in modo convincente per il T.A.R., che non di normativa urbanistica si trattava ma di vincoli per cui è competente lo Stato ; quindi, tutti giù per terra e si ricomincia. Ora Pescara non ha più strumenti per difendere la sua storia ; diventerà ancor più “senza rughe”,come annotava Giorgio Manganelli:è a disposizione per l'ultimo lifting. Perchè il paradosso è che da oggi quelle sono le case più vulnerabili: individuate come “ vincolabili” sono le prime candidate all’applicazione delle nuove leggi” sviluppa “o “sblocca” , basate sulla previsione di premi di cubatura  per le demolizioni e ricostruzioni. Siamo di fronte ad una somma di  comportamenti singolari e contraddittori:  lo Stato promulga leggi potenzialmente distruttive degli equilibri urbanistici delle città  limitando il potere di pianificare degli Enti Locali  che potrebbero invece  calibrare i provvedimenti sulle caratteristiche, conosciute, del proprio territorio;ma non esercita le proprie competenze che lo vogliono custode del Patrimonio storico-artistico nazionale; il Comune , rispondendo ad un vero movimento di opinione a favore della salvaguardia, imbastisce un lavoro coinvolgendo proprio organi dello Stato( come Università e Sovrintendenza) ma, evidentemente, lo confeziona con caratteristiche vulnerabili sotto il profilo della legittimità.  IL T.A.R., dal canto suo non coglie la valenza urbanistica del provvedimento, di norma ordinaria per tipologie diffuse nella città costruita;lo riguarda solo sotto il profilo formale delle competenze ; secondo la visione per cui si salvaguardano i pochi” monumenti”, mentre la restante edilizia si regola  con la contabilità degli indici e delle convenienze.  Infine gli imprenditori, silenziosi o( alcuni) ricorrenti:una norma che esisteva da anni, non contestata e, tutto sommato, accettata da tutti diventa oggetto di contenzioso quando si cerca di darle fondamento scientifico( e, per ciò stesso, oggettivo). La città, ancora una volta, viene riguardata come somma di occasioni particolari di lucro e non come valore complessivo; del resto il trattamento che gli enti pubblici riservano alle loro proprietà storiche mostra lo stesso disinteresse, declinato come incuria e manomissione. Salvo riconoscere nei convegni( ai quali i nostri uomini politici non mancano mai) la importanza del nostro patrimonio per la storia del Novecento, nella sua componente liberty, o per l’architettura del Ventennio e per gli edifici della ricostruzione. Ma il valore di una città, non risiede nel suo tono generale, nelle mura e negli spazi che ne definiscono il carattere? Anche il valore immobiliare ne è determinato; dilapidare  la qualità delle nostre strade e piazze non è un buon affare, nemmeno dal punto di vista della rendita.Il valore degli immobili è dato anche dal valore del contesto che, nel lungo periodo ,non può che essere affidato alla sedimentazione di qualità architettoniche ed urbane.  Tel Aviv ha chiesto ed ottenuto nel 2003 di essere riconosciuta dall’UNESCO come la “città bianca”, per le sue architetture razionaliste degli anni quaranta ; e, passeggiando fuori Porta Saragozza, a Bologna , si può leggere , sul recinto di un modesto villino, la targa che ne indica progettista e data, come traccia pregiata  del nostro Novecento. Pescara, città dalla grande storia e dalle poche tracce, ha invece per il Novecento un patrimonio ragguardevole, di valore nazionale, sul quale attivare anche correnti di turismo specialistico di cui già si intravede la domanda. Ma se un ceto politico-amministrativo ed una classe imprenditoriale che, pure, ha conosciuto storie di grande lungimiranza non se ne accorgono, ci avviamo a liquidare con gli ultimi scampoli del nostro passato,  l'orditura di una possibile qualità diffusa, di una leggibile identità collettiva che è parte importante del proprio essere città. 

Massimo Palladini, Architetto  - Coordinatore per l'area Pescara-Chieti sezione  interregionale Abruzzo-Molise dell'Istituto Nazionale Urbanistica (INU).

---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

 LA NOTA DI CLAUDIO VARAGNOLI

Osservazioni sulla schedatura presentata per la “Variante Patrimonio Architettonico” al Comune di Pescara di Claudio Varagnoli  (ordinario di Restauro Architettonico – Università “G. d’Annunzio” di Chieti e Pescara)

Il  Comune di Pescara ha richiesto al sottoscritto, all’arch. Tomassetti e ai professionisti Barbara Ferri e Cinzia di Brino, appositamente selezionati, di offrire una consulenza per estendere la catalogazione effettuata dal prof. Bartolini Salimbeni nel 1993-94 ai settori della città all’epoca non considerati. L’incarico è stato successivamente esteso alla revisione dell’intera precedente catalogazione, in modo da dare un quadro unitario delle caratteristiche del patrimonio architettonico della città. La catalogazione di Bartolini è organizzata per schede con foto dei singoli edifici e una sintetica descrizione che ne elenca le qualità storiche e tipologiche tali da richiedere una certa soglia di attenzione, nell’ambito delle categorie del PRG vigente. Il lavoro condotto dalla nuova commissione ha seguito lo schema  già esistente, precisando  alcuni aspetti tipologici per meglio seguire le caratteristiche dello sviluppo urbanistico di Pescara. Va infatti ricordato che la città non ha un  centro storico come comunemente inteso – se non per il nucleo compreso nella piazzaforte raccolto intorno a corso Manthoné – ma non perché non sia “antica”, ma perché si è formata attraverso l’inglobamento di più nuclei sorti in epoche diverse, anche se tutti relativamente recenti. Tale processo, com’è noto, si definisce soprattutto con la creazione del capoluogo (1927). L’assenza di un centro storico con forte immagine identitaria ha fatto sì che a partire dal secondo dopoguerra, si sia dato l’avvio a forti interventi di sostituzione, che hanno alterato il tessuto tipologico ed edilizio della città. L’operazione è stata peraltro puntuale. Da qui deriva la perdita di contesto di cui soffrono molti brani della città storica. La chiesa di S.Anna, che oggi finalmente si vede sottoposta a restauro, sembra una fastidiosa incongruenza tra le case recenti. Ma essa è parte di una villa storica, di cui esistono ancora consistenti testimonianze,  che è stata letteralmente divorata dalle edificazioni successive. E’ evidente quindi che occorre riferire ogni resto al contesto relativo. Un caso analogo è quello di borgo Marino nord, costituito da case di mattoni a faccia vista sorte tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento: molte di grande semplicità costruttiva, alcune di qualche pretesa stilistica, tutte facenti parti di un brano di città rimasto praticamente indenne fino agi anni Sessanta, a testimonianza di un particolare rapporto della città con il mare. E’ vero che la singola casa ha ridotte qualità, ma il contesto assume il valore di un nucleo storicamente significativo per la città – e tralascio gli innumerevoli riferimenti culturali che accompagnano la presenza del mare e del fiume a Pescara.  E’ chiaro quindi che  ogni edificio assume valore soltanto in funzione di un contesto, alle volte evidente e affermato – la Pineta – altre volte offuscato e minacciato – borgo marino, il “quadrilatero”. Non c’è stata quindi una tutela per oggetti singoli, tanto meno monumentali. Tanto più dopo la sentenza sulla villa Agresta, che proprio questa presunta visione “puntuale” criticava. Ma c’è un fatto più importante. La valutazione non è soltanto storica, o in qualche caso-raro- estetica. I vari contesti che hanno generato l’attuale Pescara non sono soltanto fatti di case, ma anche di strade e soprattutto di rapporti tra le une e le altre, nonché di relazioni con il contesto paesaggistico (i colli, il mare, il fiume…). Andare a sostituire un singolo edificio con un immobile di altre dimensioni e “peso” non è un’operazione indolore, ma impone dei carichi urbanistici che quel contesto non può sopportare, come ben sanno tutti coloro che si occupano di urbanistica e di piani regolatori. Richiamare l’attenzione su casette residuali di un contesto slabbrato e lacunoso, ma esistente, significa quindi porre l’accento sulla qualità di vita complessiva degli abitanti di quella parte di città.  Vediamo ora come si è svolta l’azione della Commissione. Coerentemente con i principi sin qui esposti e in totale continuità con quanto operato da Bartolini, negli edifici significativi, per il contesto che rappresentano, sono stati riviste le categorie previste del PRG, in generale alzando il livello di attenzione – come è accaduto nei quadranti “nuovi” - ma  spesso rivedendo i classamenti precedenti, come nei quadranti schedati da Bartolini. Non c’è stata nessuna tutela di tipo monumentale, nessun vincolo, ma proposte di revisione di norme del PRG. Alla variante sono state presentate alcune osservazioni – una dozzina circa – quasi tutte accolte e molti edifici sono stati eliminati dalla schedatura. Infine, proprio per sottolineare il carattere “orizzontale” delle valutazioni, sono stati segnalati i contesti che storicamente hanno dato vita all’attuale città, evidenziando come la soglia di attenzione richiesta rimandasse appunto a tali visione più allargata. E questo, nell’ipotesi che la città contemporanea possa leggersi come un’intersezione e una sovrapposizione tra contesti diversi, senza inseguire l’illusione di fermare il tempo. Né è pensabile che una simile politica di attenzione per la città consolidata – come si è fatto per città medie, come Cagliari, o grandi come il recente PRG di Roma - possa essere portata avanti dalla Soprintendenza. I vincoli ai sensi del Codice BB. CC. 2004 possono essere applicati solo a categorie specifiche di beni, per i quali si richiede alla collettività un’attenzione specifica ed eccezionale. La Commissione ha lavorato invece su brani di città, invitando ad un diverso modo di intenderne le quali.