SABATO 12 SETTEMBRE ORE 10.15, ALL'AURUM DELLA PINETA DI PESCARA, NUOVA PRESENTAZIONE DEL VOLUME DI LICIO DI BIASE "I TEMPI DI ALDO MORO". INTERVERRA' BRUNO TABACCI AUTORE DELLA PREFAZIONE.

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SABATO 12 SETTEMBRE ORE 10.15 NUOVA PRESENTAZIONE DEL VOLUME DI LICIO DI BIASE "I TEMPI DI ALDO MORO". INTERVERRA' BRUNO TABACCI AUTORE DELLA PREFAZIONE.

Prefazione di Bruno Tabacci

Vorrei legare il ricordo di Aldo Moro a tre occasioni molto precise, che hanno caratterizzato il mio impegno politico nella Democrazia Cristiana. La mia prima partecipazione ad un congresso nazionale del partito (28-30 giugno 1969) da dirigente della Democrazia Cristiana mantovana, già militante della sinistra di Base che aveva in Giovanni Marcora il suo punto di riferimento. (CONTINUA)

 

Il 29 giugno 1969 l’On. Aldo Moro pronuncia un formidabile discorso che segna il suo passaggio all’opposizione interna, diventandone il leader carismatico sul terreno politico, ideale e morale.Ne resto affascinato. L’atmosfera è quella dei grandi congressi democristiani, carichi di passione civile e di tensione politica. Il Palazzo dei Congressi dell’Eur è elettrizzato dal discorso di Moro e tra i delegati si determina un clima di scontro per i giudizi radicali di Moro anche nei confronti dei vertici del partito, in particolare nei confronti dell’on. Piccoli, che ne era il segretario.Moro riunifica l’opposizione interna di Base e Forze Nuove, invita i gruppi di Nuove Cronache (Fanfaniani) e dell’on. Taviani a “rifiutare l’arbitraria chiusura” operata dal correntone doroteo e indica la strada da percorrere per la Democrazia Cristiana: “Risulta incomprensibile ed inaccettabile la diversità di struttura tra Governo e Partito. La integrità della componente democratica cristiana, come del resto di quella socialista, è essenziale ad una seria politica di centro-sinistra”.Affronta anche il tema del Pci, anticipando la linea degli anni successivi: “Ci si colloca di fronte al comunismo, avendo coscienza della diversità, ma anche attenti alla presenza di quel partito nella vita sociale e politica”.

Avanza così l’idea di una “sfida, di un impegno cioè, in una netta battaglia politica con un forte Pci”.Torno a Mantova, nella mia città, con la convinzione di aver assistito ad un congresso straordinario, un evento politico capace di esaltare la passione e di moltiplicare l’impegno.  Seguono per me anni di formazione politica e amministrativa e di militanza attiva nel gruppo dirigente della Dc mantovana. E così mi accade di preparare da vice segretario provinciale, qualche anno dopo, la venuta di Moro in terra mantovana. Una serata, straordinaria, indimenticabile, una folla strabocchevole riempie il Palazzo della Ragione, in piazza delle Erbe, cuore della vita cittadina. E’ il 22 aprile 1977. Accompagno l’on. Moro assieme agli altri dirigenti della Dc mantovana e lombarda, seguiti con preoccupata attenzione da Leonardi e dagli altri uomini della scorta che di lì a pochi mesi perderanno la vita in via Fani. Fendiamo un muro umano attraversato da elettricità politica al di sopra di ogni immaginazione. Il popolo democristiano chiama per nome Aldo e lo riconosce come il leader indiscusso della Dc. Sì, dopo Alcide De Gasperi, Aldo Moro è davvero colui che incarna più profondamente l’anima democristiana.   E Moro parla e incanta gli amici di partito mantovani, in un discorso destinato a passare alla storia per l’acutezza dell’analisi sul risultato delle elezioni politiche del 1976, l’anno precedente.Quelle elezioni avevano avuto due vincitori, la Dc ed il Pci. Moro ricorda che la Dc è rimasta il primo partito nel Paese, ma non è stata nella condizione di costruire una maggioranza parlamentare di stampo tradizionale. E così rileva come “emerge una posizione nuova nel Pci, il quale ha assunto un atteggiamento non ostile al governo”, aggiungendo: “c’è qualcuno che in perfetta buona fede si chiede se non convenga al nostro partito di passare all’opposizione o se, così stando le cose, non dovremmo rivolgerci al corpo elettorale. Si tratta di una eventualità che avrebbe un effetto altamente destabilizzante”. E poi conclude cercando di delineare in un contesto politico difficilissimo i limiti e i margini di manovra della nuova fase: “Ci si domanda di stabilire dei contatti, di formulare insieme con altri, dei programmi di governo in relazione all’emergenza. E, come saprete, non abbiamo rifiutato qualche scambio di vedute. Ho parlato di intese programmatiche e ho escluso qualsiasi alleanza di carattere politico”.  Discorso difficilissimo ma di eccezionale qualità politica. Da questo discorso di Mantova si apre una nuova fase del monocolore Andreotti. Esso passa da un governo dell’astensione non contrattata ad un governo che, appunto escludendo alleanze di carattere politico, apre un confronto su nuovi punti programmatici sui quali si vota in Parlamento. Hanno così avvio una serie di riunioni tra la Dc e i partiti che avevano concesso l’astensione al governo Andreotti, ovviamente compreso il Pci di Ernico Berlinguer. Il riferimento naturale, il presidente di quelle riunioni era Aldo Moro, il cui prestigio era garanzia di serietà e di equilibrio per una operazione politica tanto delicata e complessa. La terza occasione che vorrei richiamare capita qualche mese dopo. E’ subito dopo il ferragosto del 1977, in occasione della rocambolesca fuga dal carcere del Celio del criminale di guerra Herbert Kappler, condannato all’ergastolo per essere stato il responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Con un gruppo di una decina di giovani d.c., tra cui il neo parlamentare Antonino Zaniboni, partecipo ad un incontro proprio a casa di Aldo Moro a Bellamonte, in val di Fassa, dove era solito trascorrere le vacanze estive. Da vice segretario provinciale della Dc mantovana, con l’on. Zaniboni, mi ero ripromesso di ringraziare l’on. Moro per la straordinaria manifestazione di Mantova e per l’entusiasmo che continuava a suscitare tra i nostri militanti. Aldo Moro aveva una grande attenzione per i giovani e in quelle due ore di confronto straordinario dimostrò come sempre una capacità di attenzione e di ascolto formidabili. Ecco questi erano i grandi maestri, che quei giovani di allora ebbero la fortuna di incontrare e che avrebbero segnato indelebilmente la loro vita politica. Aldo Moro ci diceva: “La vitalità di un partito si misura soprattutto sulla sua capacità di parlare ai giovani, di persuarderli, di impegnarli a sostenere sia pure nelle posizioni più avanzate la sua visione del mondo e il suo progetto di convivenza civile”.

E ancora: “Questa attenzione per i giovani acquista ancora maggiore rilievo in un momento nel quale i problemi della gioventù sono all’ordine del giorno. Si affaccia, infatti, alla vita sociale e politica una generazione che non ha conosciuto né la guerra, né la resistenza all’oppressione, ma è vissuta in mezzo alle grandi trasformazioni economiche, sociali, politiche e di costume, le quali hanno caratterizzato questa epoca di storia. Non tutto quello che è avvenuto è positivo o si è verificato in forma costruttiva; ma grandi temi sono emersi, rilevanti possibilità si sono dischiuse, significative esperienze sono state e sono vissute e la gioventù ha oggi una presenza e una funzione ben più importante che in passato”. Aldo Moro si rivolgeva ai giovani della mia generazione, lasciandoci la massima responsabilità, ma legando le mie esperienze giovanili anche di partito alla consapevole accettazione del metodo di una democrazia rappresentativa. Questi sono alcuni frammenti della grande lezione di Aldo Moro che hanno influenzato la mia esperienza politica. Bene ha fatto Licio Di Biase a ricostruire venti anni cruciali della storia italiana del dopoguerra attraverso le parole e gli scritti politici di una personalità dal carisma e dalla lucidità difficilmente eguagliabili.  Il libro ha il duplice pregio di consentire di conoscere più da vicino, in forma diretta, attraverso i suoi discorsi politici, Moro, il suo pensiero e la sua azione in una fase prima impetuosa e poi sempre più turbolenta della vita del Paese e, al tempo stesso, di consentire di comprendere con lo sguardo ormai distaccato ma competente dell’osservatore del nuovo millennio quei fatti, quelle parole, quelle violenze che segnarono una tappa insieme drammatica e decisiva per lo sviluppo degli assetti politici nazionali.

L’attenzione di Moro per i giovani cui ho fatto cenno ad esempio attraverso la mia testimonianza diretta, fa il paio con il suo costante sforzo di analizzare, prevenire ed orientare il futuro, nell’intento di guidare il Paese verso lidi sempre più solidi. Ed utilizzo il termine “solidi”, anziché “prosperi” che risulterebbe senz’altro più à la page oggi, perché Moro teneva di mira obiettivi concreti e realizzabili, da raggiungere attraverso un impegno continuo, senza mai perdere di vista la tutela degli interessi generali del Paese. Tutt’altro insomma rispetto alle facili promesse di prosperità che caratterizzano la Seconda Repubblica ed i suoi schieramenti di partiti-non partiti e che finiscono con l’esaurirsi nello spazio di una campagna elettorale.  Questo volume segna proprio la distanza abissale tra la Politica con la P maiuscola di uomini come Aldo Moro e la politica di oggi. Difficile dire se Moro avrebbe potuto incidere in una fase come quella attuale. Certo non fosse così molto più che lo statista pugliese, a perderne sarebbe l’Italia. Non potendo recuperare uomini come lui, il miglior auspicio che si possa fare al nostro Paese è che,  prima o poi, si riesca a recuperarne almeno lo stile ed il rigore. Sarebbe già uno straordinario  squarcio di sole sul futuro. Penso che questo volume possa iniziare a contribuire a diradare qualche nube.

 

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Prefazione

 

I tempi di Aldo Moro

 

Aldo Moro è rimasto nei cuori di molti italiani. Sicuramente è il politico di cui si è parlato più di ogni altro, dagli anni ’70 in poi. Ma sì è parlato di Moro per la tragedia che lo ha visto coinvolto e che lo ha portato alla morte. In quei quasi due mesi, che vanno dal 16 marzo, giorno del rapimento e dell’uccisione dei cinque agenti della scorta, al 9 maggio del 1978, giorno del rinvenimento del cadavere sotto gli occhi di tutti, si è svolta la più grande tragedia dell’Italia repubblicana, paragonabile solo alla marcia su Roma, come avvenimento politico e non militare, perché la guerra rimane la più grande tragedia in assoluto. Ma quel corpo rinvenuto a qualche decina di metri dalle sedi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista….in quella Via Caetani…ci sembra quasi un messaggio mafioso all’indirizzo dei due maggiori partiti del Paese, distanti culturalmente e idealmente, che si stavano confrontando e avvicinando, per rafforzare l’Italia a livello internazionale, oltre che garantire l’ordine pubblico e il rilancio economico dell’Italia.Ma cosa voleva fare Aldo Moro?

Voleva far entrare il Partito Comunista Italiano, il più forte partito filo sovietico dell’Europa occidentale, nel novero dei partiti Costituzionali. A dire il vero, il PCI costituzionale lo era, avendo condiviso la stesura dell’atto di nascita della Repubblica, però, quel legame con Mosca, faceva temere all’occidente, al mondo finanziario ed economico occidentale, che una volta al potere, la svolta politica avrebbe determinato la fine della stagione democratica dell’Italia. Ma Moro, temendo che prima o poi il Pci elettoralmente avrebbe potuto battere la Dc e le forze satellite, voleva guidare il processo per condurre il Pci ad accettare il progetto democratico, garantendo l’alternanza. La Dc era, già allora, affaticata da trent’anni di ininterrotto potere e questo aveva deteriorato il partito, con pezzi collusi con le istituzioni, con i poteri forti, con i poteri occulti. E allora Moro voleva inserire, in modo soft, con gradualità il Pci nella maggioranza di governo, per poi responsabilizzarlo nella guida del Paese, creando le oggettive condizioni per l’alternanza. Solo così si poteva garantire quel rinnovamento del partito di cui tutti parlavano, ma che nessuno concretamente  voleva. Infatti, in un’ottica di alternanza, una volta che la Dc sarebbe andata all’opposizione, si sarebbero determinate le condizioni per l’attuazione di una politica di rinnovamento, attraverso un ricambio generazionale della dirigenza, attraverso una diversa lettura dei bisogni e delle esigenze del Paese.

Vi era un mondo giovanile in fermento, dopo il ’68 si erano create le nuove aperture degli spazi di democrazia e partecipazione, dagli organismi nelle aziende e nelle grandi fabbriche, soprattutto del nord, agli organismi di partecipazione scolastica ed universitaria, ai consigli di quartiere. Era la grande stagione della partecipazione, del confronto, del dibattito. In questo clima, il timore di perdere il consenso, era reale. Poteva la Dc reggere l’urto della società in forte evoluzione solo con il voto clientelare e il voto storicamente bloccato sulla scudo crociato?C’era l’esigenza, da una parte di tutelare le prerogative democratiche dell’Italia davanti ad un successo delle forze di sinistra, e dall’altra l’esigenza di rinnovare la democrazia cristiana, acquisendo la consapevolezza che l’Italia era cambiata e che aveva bisogno di una diversa lettura. Il percorso individuato da Aldo Moro si inseriva in un progetto in perfetta sintonia con i bisogni del Paese, ma soprattutto con l’obbiettivo di garantire la sopravvivenza della Democrazia Cristiana. Questo graduale avvicinamento al potere del Pci, che Moro voleva guidare, era però in forte contrasto con gli scenari internazionale.  A Yalta il mondo era stato rigidamente diviso. I comunisti nei paesi occidentali non potevano, quasi per convenzione, entrare nelle stanze del potere. Il Pci, ma anche gli altri partiti comunisti europei, iniziarono, allora, a parlare un linguaggio diverso dall’Unione Sovietica. Questo proprio per tentare di acquisire dinanzi ai “poteri forti” una loro autonomia esistenziale rispetto al Pcus, depositario della verità internazionale del comunismo. E gli Stati Uniti? Non potevano stare a guardare. Era già successo una volta. Quando Mattei voleva garantire all’Italia una propria autonomia energetica. E la fine fu la stessa. Ma la mano è stata la stessa? Sicuramente, quando si vanno a rimettere in discussione degli equilibri internazionali, ci sono delle forti reazioni.  E’ quasi il caso di dire che, rimettendo in discussione Yalta, forse occorreva un nuovo conflitto bellico.  Moro, dunque, è stato il più partigiano dei democristiani. E’ stato l’uomo che voleva salvare il Paese da una vittoria elettorale del Pci, ancora rivoluzionario e pertanto non garante della dialettica democratica con tutto ciò che ne conseguiva. Vittoria del Pci che inevitabilmente, avrebbe determinato una svolta di carattere sudamericano. Gli “States” ci hanno abituato a questa visione del mondo. Come dall’altra parte del muro, ci hanno abituato a vedere nei carriarmati i deterrenti per svolte inattese. Questo lo scenario.  Quindi, l’apertura delle stanze del potere ai comunisti (a livello locale al Pci era lasciato molto spazio…c’erano molte giunte di centro-sinistra), non era ritenuto in sintonia con gli equilibri internazionali.

                                                                                                       Licio Di Biase